Storia di famiglie, luoghi, ellissi e triangoli

Raffaella Simili mi chiede di portare un saluto da Senatore alla manifestazione di oggi, soprattutto in relazione al bel filmato della Limonaia "L'eredità di Vito Volterra".
Non so se farò in tempo ad essere con voi.
Se non arrivo in tempo, mia figlia leggerà queste note.
La professoressa Simili sa bene che non ho le competenze matematiche o storiche per portare un contributo di una qualche utilità scientifica alla vostra giornata di studio.
Sarà piuttosto una testimonianza, una serie di ricordi sul filo di una memoria disordinata, ovviamente più frutto di tradizione orale che di prima mano.
Non parlerò di matematica né di organizzazione della ricerca scientifica.
Non parlerò quasi di mio nonno Federigo e delle visite bolognesi di Einstein, anche perché pochissimo avrei da aggiungere ai vivi ricordi scritti da mia zia Adriana.
Parlerò poco del Senato, anche perché allora era di nomina regia, mentre adesso, con vigente legge elettorale, è di nomina dei segretari dei partiti.
Poi Volterra, almeno nel suo ultimo periodo, era all'opposizione: mentre io sono in una maggioranza costretta dai numeri a una disciplina ferrea.
Il Senato fu una delle ultime istituzioni in cui si criticò il fascismo: non è un caso che Volterra ne facesse parte.
Però un confronto lo posso fare: quando, dopo ore di seduta, la fatica derivata dalla ristrettezza degli scranni si fa sentire, mi viene da pensare che forse Vito Volterra, assai piccolo di statura, ci stava, a Palazzo Madama, assai più comodo (ma forse la maggiore comodità non era solo fisica, se pensiamo al livello della vita politica di oggi).

Se devo ricordare e  testimoniare, devo partire da zia Emilia.
Era la sorella maggiore di mia madre; aveva sposato Gustavo, uno dei figli di Vito Volterra.
Fu lui, in parte, che fece conoscere mia madre a mio padre.
Insomma per me "Volterra" voleva dire la zia Emilia e i cugini Vito, Giovanni ed Enrico: gli ultimo due sono fra i narratori del film che vedrete.
Hanno tutti e due i baffi.
Anche zio Gustavo, che morì abbastanza giovane alla fine degli anni Cinquanta, aveva  i baffi: sono convinto che i miei, di baffi, sono più un ricordo di zio Gustavo, che un omaggio a Stalin o Feltrinelli.
Poco dopo il matrimonio dei miei genitori un'altra sorella di mia madre, zia Giovanna, sposò un nipote di Lombroso.
Volterra, Lombroso, Enriques: singolare triangolazione, specialmente perché quella di mia madre non era una famiglia ebraica.
Mia madre morì quando ero molto piccolo: le zie aiutarono molto mio padre a tirare su mio fratello e me (analogamente Vito Volterra perse il padre a due anni, e fu allevato da uno zio Almagià).
Per questo ho molti ricordi di zia Emilia (mia nipote, non del tutto a caso, si chiama proprio Emilia).
Raccontava che  trovava molto divertenti le serate in cui mio nonno riceveva giovani amici: non escluderei una qualche forma di innocua galanteria nei confronti di una giovane signora, da parte di Federigo.
La narratrice del film è Virginia , nipote di Vito e figlia di Edoardo, che fu rettore della nostra università dopo la Liberazione.
Virginia come la nonna, la moglie di Vito.
Conobbi nonna Virginia: era una donna dolce, di enorme energia; facile paragonarla fisicamente alla Levi Montalcini.
Visse fino alla fine degli anni Sessanta: pare che nel '68, in piena crisi universitaria, abbia parlato al figlio Edoardo per proibirgli di fare il rettore dell'Università di Roma: divieto forse interpretato come consiglio, ma comunque saggiamente seguito.
Raffaella Simili mi chiede di parlare dei rapporti fra Volterra, Levi Civita, Castelnuovo ed Enriques.
Una ellisse con i due fuochi posti uno sotto le due torri e l'altro alla fine di via Ugo Bassi: così, da professore di geometria, il nonno descriveva la forma di Bologna.
Vorrei fargli un po' grossolanamente il verso, disegnando un ideale triangolo rettangolo nel rione Sallustiano di Roma.
L' ipotenusa univa la casa di via Sardegna (dove abitavano gli Enriques e, al piano inferiore, Levi Civita) alla casa di Volterra.
Nel vertice all’incontro dei due cateti di questo triangolo rettangolo, in via Boncompagni, abitava Castelnuovo - anzi: lo zio Guido (Castelnuovo aveva sposato Elbina, sorella di Federigo).
Dunque vicinanza, rapporti familiari, comunione di interessi scientifici, solidi rapporti accademici, più tardi il dramma comune della persecuzione razziale.
Eppure, per essere veramente sincero: zia Emilia e cugini a parte, ho sempre percepito, in famiglia, una sorta di freddezza, di "non calore" fra il nonno e Vito.
Forse la differenza d'età; probabilmente una sorta di complesso di inferiorità del nonno nei confronti dei più vasti successi, almeno sul piano politico e su quello internazionale, di Volterra.
Forse anche senso di inferiorità nei confronti della solidissima posizione economica delle famiglie Volterra e Almagià.
Non credo che la freddezza avesse basi scientifiche: una volta ho cercato di farmi spiegare un po' le cose da Emilio Segrè, il premio Nobel di Fisica, che negli anni Venti frequentava sia Volterra che Enriques (ne parla nella biografia scientifica di Fermi).
Secondo Emilio c'era una differenza generazionale: rispetto ad Enriques, Volterra gli sembrava - non ho strumenti per capirne il motivo se non le date di nascita, 1860 per l’uno, 1871 per l’altro - un matematico di una generazione precedente.
Non escluderei che una certa ruggine possa essersi creata quando, nei primi anni Venti, la facoltà romana preferì chiamare Francesco Severi invece del nonno (che dovette aspettare un anno solo).
Già, Severi: è il "cattivo" di questa storia.
Lui, che pure aveva firmato con Volterra il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" di Croce (non lo firmò mio nonno, troppo anti-crociano) divenne (Severi, dico) uomo del regime: e non a caso nel film di oggi Enrico Volterra ricorda che la nonna Virginia, in una cerimonia postbellica ai Lincei, rifiutò di stringergli la mano.
(Quando il regime eliminò dalle scuole i libri di autori ebraici fu chiarito, pare per intervento di Severi, che il divieto comprendeva  anche i libri in cui anche un solo autore fosse di razza ebraica, come gli Enriques-Amaldi.)
Mi sono spesso domandato se, quando il nonno (esprimendo un'opinione certo non condivisibile) sosteneva che la formazione liceale aveva una netta superiorità rispetto a quella tecnica, oltre a riferirsi a Severi - su questo non ci piove - non pensasse anche a Volterra. Ed è possibile che, in quest'ordine di idee, Enriques fosse meno contrario di Volterra alla riforma di Gentile (con il quale il nonno mantenne sempre buoni rapporti personali). Del resto, a differenza di Volterra, il nonno non fu antifascista, anche se la sua adesione era tiepidissima.
Ma erano piccole ombre che non offuscavano una solidarietà profonda, forse possibile in un ambiente piccolo, circoscritto.
Insomma: altri tempi!
Ho fatto seguire ad "altri tempi" il punto esclamativo.
Ma forse avrei potuto usare un punto interrogativo.
Quest'anno mio figlio si è trasferito a Roma per lavoro, insieme alla famiglia (e quindi insieme a mio nipote Federigo).
Ha preso casa in affitto in via Porta Pinciana 6, dove abitava Edoardo Volterra, sotto la casa del cugino Giovanni.
Certo i tempi sono  cambiati, e nella stessa casa ci sta anche il finanziere Ricucci: ma magari anche Ricucci ha zie e cugini.
Forse per terminare con un lieto fine la storia bisognerà trovare un'occasione per stappare le bottiglie di vino sotterrate nella grotta del giardino di Ariccia, di cui Giovanni Volterra parla nel film.

 

 

Intervento del senatore Federico Enriques in occasione della giornata di studi Scientia (1907-2007) e della presentazione del filmato Scienziati a Pisa: l’eredità di Vito Volterra, un documentario di Stefano Nannipieri, Associazione La Limonaia, Pisa.

Accademia delle Scienze, Bologna, 6 dicembre 2007